Ancila dello Zen
Ancila per le elezioni nazionali si fece quattrocento leuri perché a casa sua sono in otto. Poi s’incazzò di brutto perché per le ultime comunali furono la metà. Quel giovanotto, sempre in giacca e cravatta, glielo disse chiaro chiaro che tanto quello lo eleggevano lo stesso con o senza i suoi otto voti.
Le avevo suggerito di prendersi i soldi e votare per chi voleva, ma con un sorriso, solitamente riservato ai milanesi o a quelli che non capiscono niente, mi disse che non si poteva fare perché quelli se la squarano dopo due tre giorni e rivogliono indietro i soldi. Lo aveva fatto suo figlio il grande, a sua insaputa, e quando quello venne a dirle che qualcuno della famiglia aveva fatto lo stronzo lei rimase senza parole.
Quel giovanotto è sempre gentile con tutti noi del rione e spirugghia sempre un mare di cose perché ha aderenze con quelli che stanno llà… Mi capìu?
Quando cominciò a arricogghiri voti era disoccupato. Frequentava la parrocchia e si metteva sempre a disposizione per noi gente di una certa età: per sollecitare una pratica di mè figghiu che doveva passare una visita e ci volevano tre mesi e dieci giorni e lui ce la fece avere in tre giorni. Poi ci fu il fatto della pensione di Giuvannina, la mia vicina che non ci vede più, e si fece in quattro e ce la fece avere. E poi, le cose giuste, andava a prendermi la pensione che a lui gliela davano pure senza la delega, per arrivare fino alla carta d’identità che mi portò posto casa per metterci la firma.
E a uno accussì che non chiede niente, quella volta che ti domanda un favore, pure pagato, chi cci rici? Continua »































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