Zisa Football Club
Noi che per decidere se era gol, palo o traversa ci bastavano tre minuti, un aggaddo e due boffe all’avversario. Altro che Rosetti, fuorigioco e giudici di linea. Noi che giocavamo in campi pieni di ciache puntute, pezzi di vetro, siringhe e il vero miracolo era che il tetano, il colera e qualche malattia risorta dal Medioevo manco ci davano del Vossia, noi che “campo indoor” era il marciapiede. Noi che attraversare la strada per andare allo spiazzo della via accanto era già partita in trasferta in terra aspra e con un tifo assordante contro, degli abitanti del luogo. Noi che volevamo chiamarci con nomi di squadre altisonanti, che magari provavamo a farci le maglie dello stesso colore e le compravamo al mercatino. Gialle. Noi che dopo la prima partita avevamo deciso che ci saremmo chiamati Ajax anche se eravamo gialli. Ma che dopo la seconda avevamo di nuovo le maglie con tutti gli spettri di colore sul giallo, tranne quello originale. Noi che certe partite sotto “le picage du soleil” di agosto alle due del pomeriggio le ricordiamo ancora come mitiche, estenuanti e bellissime. Noi che se ci proviamo adesso a fare una partita di calcetto, tutti vestiti con le divise da calcio griffate da fighetti, allo stesso orario degli stessi giorni, dopo un po’ cerchiamo un cono d’ombra per far riposare le panze da mulunari, pregando che questo supplizio, pantomima o che dir si voglia, finisca presto, giurando di non farlo mai più alla quarta extrasistole consecutiva. Noi che forse a quei tempi non sentivamo il caldo perché ci accompagnava la brezza della spensieratezza e la leggerezza dell’anima. Noi che il “grattò” di patate e “‘a pasta c’u fuirnu” nemmeno li sentivamo in digestione se ci citofonavano per “la spida a cu arriva primu a cento”. Continua »



































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