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giovedì 26 mar

Archivio per la categoria 'Ospiti'

  • Racconti haitiani

    Se provate a cercare piccoli segnali di comunione di culture vi ritroverete con nulla in mano. Se provate a fare parallellismi o fantasiosi voli pindarici al fine di trovare un comune denominatore culturale, ambientale o umano, rimarrete delusi dall’esito finale. Tra Haiti e la Sicilia, malgrado entrambe siano terre del Sud, non vi sono luoghi comuni. Non il caldo, che qui è umido ed estremamente pesante. Non il cibo, che costruisce i suoi sapori grazie alle numerose spezie frutto di sapienti ed antiche coltivazioni degli Indiani Tainos. E finanche il comportamento sociale è ben diverso da quello nostro, facciamo entrambi parte dei popoli del Sud.
    Per un palermitano che vive nella provincia haitiana, i luoghi che frequento nella quotidianeità rappresentano spesso delle vere novità, da osservare con profondo interesse, senza provare a fartene una ragione. La prima regola che un bianco deve far sua, indipendentemente dal suo passaporto, è che ad Haiti nulla è come altrove. Inutile dunque cercare un filo conduttore, una logica di pensiero comune. Osservi e vivi. Nessun giudizio.
    Ciò non preclude il fatto che l’innata palermitaneità mi abbia comunque aiutato a gestirmi nel nuovo mondo – di nome e di fatto, in quanto Hispaniola, l’isola che oggi corrisponde alla Repubblica Dominicana e ad Haiti, fu il luogo dove sbarcò Cristoforo Colombo più di cinque secoli fa -, così come me la sono cavata negli altri paesi in cui ho passato gli anni della mia attuale carriera professionale. Continua »

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  • Slip in protesta

    Martedì 7 novembre, Viale delle Scienze, Palermo. Dopo una settimana, Azione Universitaria ci riprova ed ecco che davanti gli uffici delle segreterie centrali, tronfio, uno striscione fa mostra di sé palesando la contrarietà e il rifiuto alla Finanziaria del governo Prodi – Una finanziaria che ci sta lasciando in mutande. Questo l’accorato urlo di protesta dell’associazione studentesca palermitana che già lunedì scorso aveva inscenato un’altra manifestazione ma, essendo priva di autorizzazione, è stata costretta a battere ritirata.
    Non si perdono d’animo però e così, tra gli sguardi divertiti degli studenti, la cittadella universitaria si trasforma in stenditoio open air per biancheria intima – slip nella fattispecie – ambosessi.
    Gli attivisti hanno distribuito volantini informativi che spiegano le ragioni della protesta (e menomale che qualcuno protesta visto che quest’anno nessuno dei rettori ha minacciato di dimettersi come gli anni precedenti…) . In primo luogo il taglio (io lo chiamerei squarcio o voragine) di 200 milioni di euro relativo ai servizi allo studente; dalle borse di studio per i più svantaggiati, ai fondi per i pensionati, lo sport, i trasporti etc… Continua »

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  • Palermo perché

    Sono nato in via de Gasperi nel settantatre, non ricordo il numero civico. Il fatto è che non ricordo quasi nulla di quei primi anni. Ricordo solo una casa dai muri rossi (o forse era solo un muro, che io poi ho fatto diventare la “casa rossa” del libro). Anzi, ho appena chiamato mia madre, che mi ha confermato che era un muretto divisorio del terrazzo al primo piano. Un’altra cosa però la ricordo: il registratore a bobine di mio padre, sul quale un giorno ho fatto la pipì. Non so che fine abbia fatto, né tantomeno se dopo quel “danno” il registratore funzionasse ancora. Mi ricordo il divano di pelle, e mi ricordo la voce di mia sorella. Ma ora non c’è più nulla, non rimane nulla di quei primi anni a Palermo. Ricordi e bobine smagnetizzati dal tempo e della memoria (che poi forse è la stessa cosa). «Ma perché vuoi scrivere di Palermo?», mi chiede mia madre ridendo. Già, perché. «Non ci abbiamo vissuto tanto tempo…», dice. Già. Perché Palermo? Continua »

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  • Mafiawear

    Mafiawear

    Solita festa fashion nella settimana della moda a Milano. Solite facce note dello show-biz. Vallette sorridenti neo-epurate dagli scandali, finte giornaliste fasciate nei loro completini glamour. E tanti sorrisi, proprio tanti. La notizia non è proprio freschissima, ma i media più autorevoli l’hanno ignorata. L’occasione mondana è il lancio della nuova collezione autunno-inverno 2007 di un nuovo marchio italiano lanciato da un imprenditore veneto. Ma il nome del brand tanto cool fa davvero rabbrividire: mafiawear. Credevo fosse uno scherzo, ma non lo è. L’illuminato imprenditore veneziano lo ha anche registrato, ci ha fatto un sito, e ha messo su una catena di franchising. I dati delle vendite non sono noti, ma dal momento che la madre degli stolti è sempre incinta suppongo che ci siano abbastanza stupidi in giro per l’Italia che acquistano queste pezze visto che il brand esiste già da un anno.
    Per Paolo Rubin, il business man che ha lanciato l’idea, il termine è sinonimo di potere, lusso, fascino. Mi domando seriamente se questo illustre ignoto conosca anche minimamente la storia del suo paese, perché fino a prova contraria la Sicilia fa parte dell’Italia. Continua »

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  • Ascolta a me, bisogna stare tranquilli

    Ogni volta che mi capita di andare a Palermo in ferie, guardo…anzi direi osservo le cose sotto un altro punto di vista. Vi racconto quello che mi è capitato l’ultima volta che sono venuto in ferie…

    Era una calda giornata d’estate ed ho avuto la buona idea di andare a mare per rinfrescarmi un pò… ero intento a prendermi un pò di sole sulla battigia…e non sapendo che fare ero intento ad ascoltare i discorsi di due che parlavano dei loro fatti…anche perchè non è che ne parlassero a bassa voce…

    Vi racconto l’accaduto… Continua »

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  • I morti

    Mio padre abita al civico 418 di via Cimitero dei Rotoli. Non pensava di morire, perciò non fece in tempo a comprarsi un loculo. Le zie e la nonna materna gli regalarono un posto, nella tomba di famiglia. Quando lui morì, loro non erano ancora morte.
    Ero al cimitero con Paola, l’altra volta, e non trovavo la casa nuova di mio padre. Mi sono arrabbiato. Ho urlato: “Dove sei? Perché ti nascondi?”. Ho sentito lo strattone di una mano invisibile. Dovevo andare di là. “Vado di là”, ho detto. Ho scoperto il domicilio funebre esatto, col nome e cognome sulla lapide, ma senza il campanello per suonare.
    Aspettavo i morti già la sera che precede il due di novembre. La consuetudine voleva che i trapassati lasciassero, col buio, un soldino luccicante d’oro – di solito una moneta da duecento lire – in qualche angolo nascosto. La notte prima mi sforzavo di non chiudere gli occhi per incontrare i defunti, che, nel tempo dell’infanzia, formavano una squadretta consunta, capitanata da una trisavola con i baffi da maresciallo. La mattina dopo si pregava. Sul comò c’erano le foto di chi non era più. Alla fine delle preghiere, partiva la caccia al tesoro. Drappelli di bambini scatenati scorrazzavano sulle mattonelle della casa delle zie, il due di novembre ormai era stato raggiunto. Continua »

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  • Blatte

    Non è che se lo dice leconomist o il finanzial taim allora iè sacrosantissima verità.
    Questo pecchè la verità, a quanto arrisutta a mia, la dissero in trè pessone solamente contate sulla mano di un cristiano: Dio, suo Figghio e lo Spiritosanto. Gli altri, come nella fatte e inspecie il signor Blatte, si passano il tempo a babbiare e a fottere il prossimo tuo come l’altro fotte te stesso.
    Intanto i gionnali stranieri dicono che da quando pigghiarunu a mia le scuadre della Sicilia bedda si misero a vincere. Questa mi pare proprio una malapenzata. Come se io fussi iettaturi o come a dire che se u Milan si rimette a giocare, il cavagliere si trova i carrubbineri in casa.

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  • Quelli di Bensonhurst

    A molte leghe da Manhattan, dopo una crociera sulla linea M della metropolitana, dopo aver attraversato binari sopraelevati coperti di graffiti, un quartiere interamento cinese e uno animato solo da ebrei fondamentalisti, scendo alla fermata della diciottesima avenue e mi ritrovo a Bensonhurst, Brooklyn. Esco dalla stazione e vengo accolto da una sfuriata di clacson di poche auto bloccate in un mini ingorgo. La cosa mi suona familiare, e, d’altronde, è per questa ragione che mi trovo qui, per cercare quello che mi è familiare, ma che qui potrebbe essere un po’ diverso.

    Sono, per così dire, inviato da Rosalio a cercare i palermitani di New York, quelli veri, non quelli finti di Mulberry Street, nella cosiddetta Little Italy, che sono più americani del tacchino del giorno del Ringraziamento, è che non sanno più nemmeno parlare la nostra (sicula) lingua madre. Mi inoltro un po’ a caso per Bensonhurst, anche se tutto quello che c’è di importante si trova sulla strada principale, la diciottesima appunto. Vorrei entrare in molti posti, ma sono tutti strettamente riservati ai soci, mi incuriosice per esempio il club della Congrega di San Vito di Ciminna, o quello de I figli di Sciacca, mi chiedo se i soci debbano essere originari dei rispettivi paesi e quanti ve ne siano da queste parti.

    Mi tocca camminare un po’ per arrivare all’associazione più famosa da queste parti, la Society of Santa Rosalia, che organizza ogni settembre il Festino della Santuzza. Il carro attraversa un lungo pezzo della diciottesima e si ferma solo all’incrocio con la 53esima quando inizia la zona degli ebrei sefarditi. I siciliani accorrono da tutta New York per vedere il Festino, che loro chiamano semplicemente “the Feast”. Continua »

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  • “All’inglese”

    Il dubbio è sempre quello: lasciar parlare coloro che si riempiono la bocca di cattiverie gratuite, prive di senso, incassare e non degnar loro della minima importanza o dirgliene due giusto per non far passare l’equazione del silenzio-assenso? Avrei potuto non scrivere questo post solo per la voglia di non dar ragione a Simon Kuper del Financial Times, il quale sostiene che noi siciliani siamo un pochetto permalosi quando gli altri ci ricordano la “nostra tradizione di violenza”. Invece, state leggendo questo post perché non siamo affatto permalosi. Possiamo prendercela con uno che lega, parlando di coincidenze, la rinascita delle tre squadre siciliane con la cattura di Bernardo Provenzano? Possiamo puntare il dito e urlare in faccia, senza toccarlo, contro uno che scrive che non vuole offendere la Sicilia con stereotipi datati e che ritiene stupido comunque provocare persone in grado di fare offerte “che non si possono rifiutare”? Possiamo noi arrabbiarci con uno che non vede di buon occhio la presenza di Palermo, Catania e Messina in serie A perché si trova d’accordo con un criminologo secondo cui “le convenzioni della vendetta non sono seguite solo dai rozzi contadini siciliani, ma anche dalle squadre di calcio, dai politici, dai critici letterari etc.”? Possiamo non dormire la notte perché “il signor” Kuper ritiene che se la Sicilia può competere, seppure limitatamente al gioco del pallone, tale possibilità è da considerarsi nefasta, è indice di qualcosa che non va? No, non possiamo avercela con lui. E che possiamo fare? Nulla, se non ospitarlo amichevolmente in curva Nord per Palermo-Newcastle, il prossimo 2 Novembre. Almeno, per un’ora e mezzo, eviterà di scrivere.

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  • Groove

    La mia nuova avventura per quest’autunno 2006 è un ritorno al passato, ovvero la radio. Mi piace parlarne perché la radio è un elettrodomestico che possiede chiunque, è discreto e tiene compagnia senza essere invasivo e, soprattutto, attraverso la radio si ascolta tanta musica, solo girando una manopola, e già questa è una magia.
    La radio in questione è l’ultima nata nell’etere palermitano, si chiama Radio Azzurra (in città sui 91.6) e io conduco Groove, un programma quotidiano di chiacchiere, notizie e curiosità in onda dalle 12:00 alle 14:00. Niente di troppo originale, lo so, ma con un occhio al gossip e l’altro all’attualità, ho pure il mio buon proposito: essere leggera e gradevole senza, però, essere superficiale.
    Inoltre ad Azzurra ho realizzato un piccolo desiderio: condurre una classifica (la Top Italia, sabato alle 8:00). Io che da piccola non mi perdevo una puntata della mitica Hit parade con Lelio Luttazzi, gioisco all’idea di pronunciare le consuete frasi “sale di una posizione rispetto alla scorsa settimana”, “perde tre posti e quindi la ritroviamo alla decima” e così via. Continua »

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  • Quello che manca in Sicilia è la mediocrità

    L’altroieri pomeriggio sono andata all’incontro con la scrittrice Dacia Maraini avvenuto nel contesto suggestivo e spettacolare della Biblioteca Comunale a Casa Professa.
    La Maraini ha presentato il suo ultimo testo teatrale, un testo molto impegnativo e che non a caso verrà realizzato a Palermo. La scrittrice ha deciso di raccontare una storia bellissima, la storia di un uomo coraggioso, di un uomo di legge che applicava la legge, che amava il suo paese e il suo tempo. Il personaggio in questione è Emanuele Notarbartolo. Sono quasi sicura che all’80% di voi è venuto subito in mente una delle vie più trafficate di Palermo. Diciamo pure che tutti conosciamo Emanuele Notarbartolo per le innumerevoli volte che siamo passati dalla via a lui dedicata, ma forse pochi conoscono effettivamente la storia di questo uomo. Continua »

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  • Quelli dello Scipione

    Il sabato pomeriggio andavamo allo Scipione. Tecnicamente trattasi di un campetto di cemento vicino casa mia, senza porte, senza linee regolamentari e a imbuto, con un’estremità più larga dell’altra. I poveracci che attaccavano verso nord non potevano crossare dal fondo, per mancanza di spazio. Il nome era stato preso da un rivenditore della zona. Si chiamava Scipione-Lequaglie. Ecco perché quell’Olimpico di fortuna fu sempre Lo Scipione per tutti. Il nome dava dignità alle imprese sportive. C’era San Siro di Milano, il Comunale di Torino e Lo Scipione di San Lorenzo. Per entrare si applicava la nota regola d’accesso alle cose più belle, cioè la proporzione diretta che intercorre tra la quantità di un desiderio e la difficoltà di realizzarlo. Bisognava seguire una specie di percorso di guerra con scavalcamento finale di cancello. L’imprevisto: ogni tanto usciva da chissà dove un portinaio-custode assai incazzoso che cominciava a tirare pietre prima ancora di parlare. Si atteneva con scrupolo al manuale di comportamento dei Marines in Iraq: intanto spara, poi si vede. Probabilità: allo Scipione la mia generazione ha giocato le sue partite più belle. Io ci sono arrivato per caso. Continua »

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  • Valerio Vidali e Oliver

    Valerio Vidali da Oliver

    L’appuntamento è fissato per sabato pomeriggio. Piove. Si inaugura Oliver, libreria per ragazzi. Si presentano le illustrazioni del giovane Valerio Vidali.
    Le osservi e scopri che c’è un modo semplice per rappresentare le cose, per spiegarle con i segni, per immaginarle con i colori.
    Così puoi cogliere angolazioni inedite, godere delle immagini nette, dei profili sottili, delle ombre accennate, dei colori leggeri, dei segni che risolvono concetti. Puoi intuire un modo limpido, armonico, ironico, elegante e intensamente appassionato. quello di chi lascia che i sogni e i desideri si esprimano spontaneamente.
    Dietro tutto questo un ragazzo con un aspetto (jeans, maglietta a righe, scarpe da ginnastica, occhiali) e dei modi gentili e garbati. Una rarità, quasi.
    E Valerio è uno che ha vinto premi. Non sta sotto i riflettori, come i giovani architetti di là alla biennale palermitana.
    Nella semplicità di un pomeriggio piovoso lui, quasi invisibile, sta a disegnare con i bambini. Piccole fatiche, immagini che si aprono sulla meraviglia. Vorresti quasi trovarvi un difetto così da renderle perfette. Acqua, giochi, baci, ombre. Continua »

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  • Palermo vibrante!

    Sono orgoglioso di presentarvi due dischi che appartengono a due band palermitane.

    Herself aka Gioele Valenti (scrittore, musicista, factotum del progetto) con “God is a major” su etichetta Jestrai, label bergamasca presso la quale di recente si sono accasati anche i francesi Ulan Bator.
    Album che arriva a distanza di un anno dal fortunato “Please, please please leave me now” pubblicato dalla piccolissima Subcasotto records, che ottima visibilità e soprattutto recensioni lusinghiere ha procurato al nostro. Orientato su un cantautorato dalle sonorità folk, low-fi, intimo e claustofobico, con qualche spruzzata psichedelica qua e la (“To become a trappist aerolith”), l’uso della sei corde acustica è accompagnato da rumori, campioni, loop, contrabbasso e batteria che arriva quasi alla fine del cidì.
    Herself sarà in tour dal 20 ottobre in tutta Italia, la prima a Bergamo e poi via, via lungo tutto lo stivale, accompagnato da Sergio Serradifalco, per una serie di show minimali ed intimisti. Continua »

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  • Paese che vai…

    Capita a tutti prima o poi nella vita di incontrare un siciliano. Capita perché la probabilità che l’evento si verifichi è altissima, quasi pari ad 1. È naturale a questo punto chiedersi il perché della pressoché assoluta certezza di realizzazione dell’evento; ci troviamo, cioè, di fronte ad una situazione in cui si conosce il risultato dell’esperimento e se ne vuole individuare la causa. Dopo approfondite ricerche, condotte con l’ausilio di sofisticati metodi scientifici, si giunge alla conclusione che la causa ricercata è la capillare diffusione che ha questo popolo nel continente, come dire che l’urna, da cui estrarre nuove conoscenze, è piena di palline dal sapore di arancini. A ciò si assomma la capacità degli abitanti della Trinacria di ramificarsi, intersecarsi, espandersi, raggiungere ogni angolo nascosto di feste milanesi o di blog dell’etere.
    Capita poi, per la cordialità e il senso di ospitalità che questo popolo sempre dimostra, di sentirti rivolgere l’invito a visitare l’isola. Il fatto di essere in compagnia di un siciliano, ti porta ad amplificare anche le possibilità di incontro di altri siciliani, a ritrovarti nelle loro comitive, ad essere circondata dai loro discorsi o, semplicemente, dal loro vociare. Così a Palermo, dove sento d’un tratto dire: “Prendiamo il motore e usciamo”. Motore?!?! Continua »

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  • Ma pigghiati una stanza a RRRoma!

    Io mi chiamo Fabio Rizzo e ho 27 anni, buona parte dei quali spesi a Palermo. La mia formazione è quella di musicista, chitarrista per la precisione: anni di musica dal vivo nel centro storico di Palermo, più qualche anno di accademia musicale a Bologna. Allo stato attuale, il mio mestiere vero e proprio, cioè quello che mi mette a tavola il pane quotidiano è quello della radio. Più precisamente, sono il regista e l’autore delle musiche di alcuni programmi di Rai Radio 2: Milano e Roma le mie sedi di riferimento.

    Tutto cominciò alla fine del 2005 con “Rembò”, un’inchiesta in 15 puntate condotta su Radio 2 da Davide Enia per la quale io ho realizzato il montaggio e alcune musiche originali. Milano: un mese di lavoro matto e disperatissimo, la colonnina regolarmente sotto lo zero e quella casa vicino a piazzale Piola trasformata per un mese in un laboratorio radiofonico. Ottima dotazione tecnologica, grande ispirazione, buona intesa: il duetto prolungato Enia-Rizzo (ribattezzati i “terroni tecnologici”) dura un mese e partorisce, per l’appunto, “Rembò”: radiofonia d’autore che il successo di pubblico ha fatto diventare anche un libro edito dalla Fandango (e nel quale il mio nome, Fabio Rizzo, ricorre quasi quanto quello dello zio Serafino). Continua »

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  • Una mattina alla Zisa

    Quartiere Zisa. Ore 7 del mattino. Mercoledì 20 settembre.
    Come da 11 anni a questa parte scendo con la mia cagnetta per una passeggiata dalle finalità, come dire… decisamente intestinali.
    Ho una scarpa slacciata. Per rimediare mi appoggio ad una macchina, abbandonata da mesi eppure ancora qua.
    Riprendo a camminare, scanso con destrezza un sacchetto della spazzatura, depositato, per errore sicuramente, sotto al marciapiede.
    Non riesco ad abituarmi, non riesco a rassegnarmi. Perché? Perché deve stare là, quel sacchetto?
    Cerco di valutarne la distanza con il cassonetto, cercando di tradurla in passi.
    10, direi, per andare, 10 per tornare fanno 20 passi.
    20 passi, ….si fanno in 30 secondi? 30 secondi non valgono tenere pulita la tua strada?
    Mi abbandono, insomma a tutti quei pensieri più o meno oziosi che frullano nella testa in circostante simili.
    Un clacson mi riporta alla realtà. Un’auto, intrappolata da un’altra in seconda fila, urla forte il suo dolore, sotto lo sguardo livido del proprietario. Da un bar esce un tale, con l’immancabile ditino indice alzato. C’è un fumetto sopra la sua testa. “Un minuto! Stò arrivando!!”. Continua »

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  • Il romanzo sul web

    Ora io non so se ho aperto un vaso di pandora da cui si scatenerà un sabba di minchiate internettiane o se, più probabilmente, rimarrò in attesa di qualche post che non arriva, come uno scrittore rimasto solo in libreria, seduto dietro a una scrivania, in mezzo a due pile di libri da autografare che nessuno è interessato a comprare. L’immagine-incubo di chiunque abbia mai pubblicato un romanzo.
    Il fatto è che da ieri sul mio blog si trova il primo capitolo del nuovo romanzo. Il romanzo che ho cominciato da qualche mese e sto ancora scrivendo. L’idea è quella di offrire il corpo del mio libro in pasto ai lettori e fare una sorta di editing pubblico, sulla scorta delle osservazioni che chiunque lascerà fra i commenti. Non ci sono censure: valgono anche gli insulti. Continua »

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  • Palermo-West Ham visto da Londra

    Dopo avevano optato per trascurare la cosiddetta “guerra delle magliette”, i tabloid inglesi sono stati tipicamente sensazionalistici nei loro servizi sulla violenza prima e dopo la partita di Coppa Uefa tra il Palermo e il West Ham.

    Secondo The Sun, i fan londinesi “hanno temuto per la propria vita”, con un astante che sosteneva che i palermitani li avrebbero colpiti con qualcosa simile a dei missili, molti dei quali lanciati dai tetti delle case. The Daily Mirror (Il sarcasmo sulla mafia porta al terrore) è stato un po’ più critico sul comportamento aggressivo dei tifosi inglesi ubriachi, mentre The Evening Standard, un quotidano londinese, (I tifosi del West Ham scatenati) è stato l’unico giornale che ha notato che il “disordine” della sera prima del match era scaturito dopo che alcuni Hammers avevano iniziato ad azzuffarsi tra di loro. Continua »

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  • Sì, però

    In termini semplici, la questione è appunto semplice. Se uno vibra un fendente col coltello nel corpo di un altro, il vibratore è il carnefice, il vibrato la vittima, a norma di codici e di buonsenso comune. Ma i termini dell’equazione possono cambiare. Se l’accoltellatore si chiama Gigi Burruano, la semplicità si complica. Il fendente rimane sullo sfondo come mero effetto collaterale e la vittima assurge quasi al ruolo di carnefice. Sentite le chiacchiere della gente nella piazza di Mondello e dintorni, tra una ventata di scirocco e una forchettata di ricci. Che fu? Burruano accoltellò il genero. Sì, però quello gli ha detto cose innominabili. Sì però Gigi non voleva mica ammazzarlo, solo sottolineare il suo disappunto. Sì, però, Gigi che grande attore che è. Questo accade perché a certe categorie di persone si applica la clausola privilegiata del “Sì (virgola) però” (puntini, puntini). È la stessa storia della testata di Zidane che è diventata una piccineria, mentre l’offesa risiedeva senz’altro nel labiale di Materazzi peraltro rimasto ignoto, nonostante la gagliarda opera di decrittazione di una task-force di sordomuti. Materazzi reprobo, Zidane galantuomo che risponde a cornate a chi gli diede forse del cornuto. Morale della favola nel mondo alla rovescia? Anche il lupo che divorò nonna e Cappuccetto rosso si sarebbe salvato dalla sempiterna e ignominiosa qualifica doc di “Cattivo” se avesse potuto contare sull’attenuante Zidane (o Burruano), se avesse avuto una laurea o almeno una particina di doppiatore nei film di Lassie. Non tutti gli errori gridano vendetta allo stesso modo. I patrizi sono sempre parte offesa. Ai plebei che sbagliano, tocca immancabilmente in sorte un biasimo coronato di spine. O, più prosaicamente, un calcio in culo.

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