Profilo e post di Antonio Carollo

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Biografia: Antonio Carollo è nato a Trabia (PA). Vive a Viareggio. Già segretario generale del Comune di Viareggio e, poi, della Provincia di Lucca. Ha pubblicato Mattinale, prefazione di Antonio Porta, Edizioni Tracce, Pescara, selezionato per la poesia al Premio Letterario Viareggio, 1985, Cenere e libro, prefazione di Stefano Verdino, Campanotto Editore Udine, 1989. Prossimamente uscirà La voce di una sera, edito dai Quaderni del Battello Ebbro. È incluso nelle antologie Conoscenza ed Evanescenza. Antologia di poeti degli anni Ottanta a cura di Franco Cavallo, Società Editrice Napoletana, 1986, Zeta, il nuovo in poesia a cura di Lamberto Pignotti, Campanotto Editore, 1986, La trasparenza della voce. Poesia italiana contemporanea a cura di Ubaldo Giacomucci, Edizioni Tracce, 1990, Dalla Torre Matilde alle Vette Apuane a cura di Angelo Gianni e Manrico Testi, 1996. Suoi testi sono apparsi sulle riviste Tam Tam, Offerta Speciale, Anterem, Altri termini, Tracce, Arenaria, Erba d'Arno, Sinopia. Ha pubblicato recensioni su libri di Vincenzo Pardini, Lorenzo Viani, Franco Galletti, Francesco Belluomini, Luigi Pirandello, Eduardo De Filippo, George Steiner, Roberto Saviano, Umberto Guidi. Suoi interventi compaiono su La Nazione, Europa. Girodivite.

Antonio Carollo
  • Palazzo Castrone-Santa Ninfa

    Una dimora patrizia: il Palazzo Castrone-Santa Ninfa

    Il Cassaro mi riserva una piacevole sorpresa: è riservato ai pedoni. Un “bravo” al sindaco Leoluca Orlando. Ho gli occhi fissi sulla imponente dimora patrizia che mi sta di fronte. Si tratta del superbo Palazzo Castrone-Santa Ninfa, a pochi passi dalla Cattedrale, costruito nel 1588 dall’architetto Giuseppe Giacalone, su commessa del Principe Cristoforo Castrone.
    Le particolarità artistico-architettoniche prebarocche della facciata non possono sfuggire ad un passante attento. I pilastri di sostegno, o paraste, impreziosiscono la facciata con sapienti giochi chiaroscurali. Il poderoso portale d’ingresso, riccamente adorno, spicca per le colonne bugnate che lo incorniciano; sul frontone lo stemma della famiglia Castrone (un leone passante su tre sbarre). I balconi in pietra, disposti geometricamente, sono sorretti da mensoloni con teste leonine. All’ultimo piano un balcone centrale con sopra un bella loggia; il piano poggia su sei mensole adorne di teste d’ariete e foglie d’acanto; ai lati due figure di marmo raffiguranti Romolo e la moglie Ersilia. Continua »

    Palermo
  • Referendum, chi ha sconfitto Renzi?

    Impressionante a Palermo la valanga di no (il 72,3 per cento contro 27,7 per il sì) al referendum per la riforma della costituzione: Chi ha sconfitto Renzi? Sembra una domanda retorica. I quattro capi dell’opposizione, Grillo, Salvini, Berlusconi, Meloni, con l’aggiunta della mini galassia della sinistra dissidente e radicale, non hanno dubbi, i vincitori sono loro; basta vedere l’ondata di trionfalismo cui si sono abbandonati. I numeri sono lì, a dargli ragione, anche se gli elettori non hanno votato né per il M5S, né per la Lega, né per Forza Italia, né per Fratelli d’Italia e neanche per la sinistra (anzi c’è da dire che una percentuale dal 15 al 18 per cento dei loro rispettivi elettorati si è espressa per il sì). Hanno votato semplicemente per mandare a casa Renzi. Perché? Continua »

    Palermo
  • “Carne mia”, l’ultimo romanzo di Roberto Alajmo

    Ho interrotto Confessioni di un italiano e Paese d’ombre per leggere, appena recapitatomi, Carne mia di Roberto Alaimo. Ebbene, l’ho letto tutto d’un fiato. Non intendo fare qui una recensione, altri, più bravi di me, ne stanno facendo, perché il libro per le sue qualità è destinato al successo. In proposito devo dire che nutro una certa allergia verso gran parte delle recensioni, le quali non fanno altro che raccontare la trama del romanzo, con qualche stanco commento, oppure sono mini-trattati dal sapore intellettualistico. Non m’interessa, sarà perché non ho lo sbocco della pubblicazione su un giornale cartaceo? Dirà maliziosamente qualcuno. Chissà, forse anche per questo. Il fatto è che i miei interessi sono concentrati sulla lettura e su qualche cimento di scrittura creativa. Continua »

    Palermo
  • Nel parco e al mare

    Mezzogiorno è l’ora giusta per una camminata. Marzo presenta un volto sorridente, si rifarà più avanti? Per il momento un sole splendente illumina il parco di una luce dorata. Sul viale i platani puntano al cielo i loro rami nudi. Mi fermo un attimo a leggere un foglio fissato ad un albero: avvisa di un cane smarrito, di colore marrone, taglia piccola, di nome Leo; gli è molto affezionata la bimba della padrona; non offre ricompensa; la speranza del ritrovamento è tutta riposta sul sentimento di tenerezza che può prendere il passante al pensiero di una bambina disperata privata del compagno dei suoi giochi. Il senso della perdita non ha riguardo dell’età, accompagna l’umano lungo il suo cammino.

    Una signora, snella, con pantaloni grigi e giaccone azzurro, mi sorpassa col suo passo sostenuto. Non l’ho vista in viso, le darei un quarantacinque cinquant’anni, a giudicare dai capelli grigi e dal passo ancora morbido. Il mio ritmo di marcia è leggermente più veloce, quindi la riprendo, mi volterò solo ad una certa distanza, non so perché; forse per imprimermi nella mente la sua sagoma come apparenza di una persona destinata a rimanermi sconosciuta, ma vicina per la comune vitalità, residua per me, che richiede movimento, sole, paesaggio, partecipazione al concerto dei viventi e delle cose. Continua »

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  • Sicilia, cambiare si può

    In uno scambio d’idee un amico siciliano si è scagliato contro coloro che vanno a votare solo per risolvere i propri problemi. L’indomani non potranno lamentarsi dei risultati, ha detto, dovranno tacere, perché il voto per loro è un semplice strumento al servizio di interessi particolari. Ha aggiunto che lui non voterà. Non ha tutti i torti, dico io, in Sicilia, questa del do ut des è una pratica diffusa. Non è il solo modo, diciamo deviato, adottato da politici senza scrupoli per ottenere consenso; il possesso di decine di canali televisivi e di tanti altri mass media è, ad esempio, un altro. È incivile il voto di scambio, è incivile la manipolazione a piacimento della formazione dell’opinione pubblica. Il rimedio suggerito, astenersi dal voto, mi sembra peggiore del male. Non votare significa privarsi dell’unica arma che si ha per tentare di modificare lo statu quo; significa cadere in un qualunquismo inconcludente che tanto ha contribuito all’incancrenirsi dei mali italiani.
    Dopo di che l’amico scontento ha piazzato il suo affondo: è inutile votare per uno Stato che occupa la Sicilia dal 1860 e che umilia il suo popolo; solo l’indipendenza potrà ridarci ciò che ci è stato tolto; lo Statuto non viene applicato, la disoccupazione e l’emigrazione sono a livelli di guardia. Continua »

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  • In fuga

    In gioventù Nonno Mariano era stato un uomo intraprendente. Oltre a curare la sua proprietà, in primavera-estate si dava da fare con una attività commerciale che da Trabia lo portava in paesi lontani fino a toccare l’altro mare, Cianciana, Bivona, Casteltermini, Ribera ecc. Vi trasportava soprattutto pesce. A quell’epoca c’era a Trabia una fiorente tonnara dei Principi Lanza. Sulla spiaggia sul lato Palermo del Castello sorgevano grandi casamenti adibiti a ricovero dei barconi della tonnara; a maggio venivano tirati fuori da nugoli di pescatori ed ammarati. Vedere queste operazioni era uno spettacolo: i barconi, lunghi una quindicina di metri e molto pesanti venivano spinti su degli appoggi di legno bene insaponati con movimenti cadenzati dalla voce del Rais, il capo della ciurma. Una volta in mare i barconi, sospinti da diecine di remi vigorosamente spinti dai pescatori scelti tra i più giovani, facevano la spola tra la riva e il punto scelto per calare a mare le camere di reti per la cattura dei tonni. Continua »

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  • Una mattina

    Mi alzai con gli occhi ancora pieni di sonno. Dalla finestrella vedevo gli ulivi sulla collina dietro casa già illuminati dalla luce del sole del mattino, sullo sfondo le montagne verdi di boschi. La voce della mamma: «Dormiglione, vestiti, lavati la faccia e vai a prendere il latte». Quell’incombenza toccava a me: non mi dispiaceva stare per un po’ in mezzo agli animali; noi avevamo solo il mulo e la cagna Gemma. Il podere di zu’ Ninu, dove andavo per il latte, oltre alla vecchia casa, c’erano una grande stalla, il fienile, una piccola costruzione cadente e dei recinti con mucche, vitelli, conigli, galli, galline, oche, capre, un branco di cani, anche un cavallo panciuto e tranquillo. Un mondo per me diverso e affascinante. Feci presto, indossai in un attimo pantaloncini e zoccoli di legno. Passai alla stanza d’ingresso adibita a soggiorno e cucina. Diedi un’occhiata alla cartolina fissata sopra la cornice di uno specchio a muro, riproduceva un treno in corsa coi soldati affacciati ai finestrini e stipati anche sui tetti delle vetture, tutti festanti; al margine della foto la scritta: «Macchina avanti a tutto vapore a casa ritorniamo dal nostro amore», ce l’aveva inviata zio Manè dal fronte albanese. Degli zii Gioacchino e Santo non avevamo notizie; zio Pinù era disperso in Russia. La stanza, come al solito, era in perfetto ordine, il tavolo ricoperto da una tovaglia a fiori, la cucina lustra, la pentola di rame, sul fornello a legna, luccicante, gli altri due fornelli ripuliti dal carbone e dalla cenere. La mamma era una fanatica dell’ordine e della pulizia; non sopportava neanche uno sportello della credenza lasciato aperto. Continua »

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  • Sciopero sì, selvaggio no

    Ho questa impressione: in Italia, specie in Sicilia, si è passati dal pecorume del niente sciopero, per paura della dittatura fascista, alla sfrenata libertà dello sciopero selvaggio. Non alla protesta espressa mediante lo sciopero esercitato con la semplice astensione dal lavoro.
    Come dovrebbe essere. Gli autotrasportatori non si limitano a fermare i loro automezzi, assolutamente no, devono impedire per forza la circolazione stradale all’intera popolazione. Lo stesso può dirsi per tutte le altre categorie, con qualche eccezione naturalmente. Io non discuto le ragioni della rivolta dei cosiddetti forconi in Sicilia.
    Sono sacrosante. Sono la prova della inadeguatezza della classe politica che ci governa, dedita soltanto a raccattare consenso attraverso le più stridenti forme di clientelismo, a danno dei veri diritti dei cittadini. Ma la giustificazione dello sciopero non può sfociare nel blocco totale della vita economica e sociale di una città o di un territorio. Selvaggio è qualcosa di più che incivile. È violenza e sospensione dei naturali diritti di libertà dei cittadini. Continua »

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  • Nel mare delle ottusità

    Nell’Abside del Duomo di Monreale ci piove. Il mosaico del Cristo Pantocratore è in pericolo. Però non s’interviene. Il finanziamento della spesa è già pronto ma i tempi burocratici sono lunghi; bisogna fare delle gare con le solite infinite trafile. Sembra che gli adempimenti di rito si prenderanno non meno di sei mesi. Qualcuno ironicamente ha proposto di imbastire un caso del Cristo che lacrima in modo da non perdere nel frattempo il flusso dei turisti (sarebbero attirati dal fenomeno come per una Madonna delle lacrime). In quest’idea c’è, ovvio, un pizzico di umorismo dissacratorio. Ma questa è una colpa minima, di riflesso, direi, a confronto con la insopportabile farragine burocratica. I numerosi passaggi sono costruiti sul principio di diffidenza verso il cittadino. Gli inventori di tali complessi procedimenti non hanno tutti i torti, beninteso: c’è da diffidare veramente del cittadino italiano, e delle sue imprese. Possiamo dire, come per i politici, che abbiamo i burocrati che ci meritiamo. Però si esagera. Continua »

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  • In campagna

    «Mamà, ho visto due corvi grossi grossi», dissi arrotolando tra le mani un pezzetto di morbida pasta. La mamma si fermò un attimo, stava impastando la farina per fare il pane: «I corvi sono schifosi: mangiano le carogne degli animali; non ti avvicinare a quegli uccellacci del malaugurio». Li avevo visti davvero; stavo sui massi del Cozzo Corvo, loro laggiù nel piano; davano delle beccate, tiravano e inghiottivano; si muovevano tranquilli, quasi danzando. Di solito volavano alto, a coppie, scendevano dalla montagna di San Miceli; i loro lugubri versi cadenzati risuonavano per la campagna. Io lasciavo i miei giochi e seguivo i loro voli nella luce incandescente del giorno.
    Nella casa di campagna passavamo l’estate. Continua »

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  • In mare e sulla spiaggia

    Faccio il bagno sulla spiaggia di Trabia, nel punto meno affollato del tratto Pilieri-Vetrana. Spiaggia splendida, sabbia dorata, fondali bassi fino a considerevole distanza dalla battima, acqua trasparente e tiepida. Vedo la mia ombra muoversi sul fondo della sabbia nelle movenze che il capriccio e l’estro del momento mi suggeriscono. Posso seguire anche il riflesso di un grumo di schiuma negli istanti del suo formarsi ed apparire. Qua e là un pesciolino colorato guizza come un pensiero improvviso che si perde nel fluire delle immaginazioni. Un legnetto viaggia sul pelo dell’acqua con moto lento, il piccolo segno d’ombra è lì, sulla sabbia morbida, che segue silenziosa. L’ombra è un nulla che segna una presenza, non attenua una solitudine, seppure densa di memoria, di immagini, di desideri.
    Alzo gli occhi sulla superficie del mare su cui si posa il luccichio dei raggi di un sole che indugia sulle cime della catena di Monte San Miceli. Tre adolescenti giocano in acqua a palla con i loro corpi lisci e snelli, i visi delicati dell’età più bella, i movimenti sciolti e scattanti; le loro voci sono ruscelletti di suoni che svolano nell’aria tersa, cessano e rivivono, nella varietà di timbri e di toni, freschi e frizzanti. Più in là un parlottio di giovani, ragazze e ragazze, seduti in circolo sulla sabbia; una di loro disegna ghirigori col suo tenero dito sui granelli biondi: sembra inseguire una fantasia o una melodia coagulata in un ritmo appena percepibile. Continua »

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  • Rusidda Ciuriddu

    Sentimmo un leggero bussare sulla persiana. La mamma stava asciugandomi il viso sudato con un fazzoletto. Mi stava dicendo: «Vedi come ti sei conciato? Tutto sudato e sporco di polvere. Non puoi giocare più calmo?, senza fare le corse? Ora ti devo lavare di nuovo la faccia e le gambe, e fra poco ti sporchi ancora, vero!». Ero rientrato in casa per bere, trafelato; non ricordo se il gioco che avevo interrotto fosse una gara di corsa o il correre a scapicollo dietro un cerchione di bicicletta; la mamma mi aveva beccato mentre bevevo avidamente dal rubinetto di cucina, cioè proprio nel momento di maggiore esposizione al pericolo, perché con lei in giro bisognava entrare sempre con circospezione, non fare rumori di sorta, approfittare dei momenti di sue assenze temporanee dal soggiorno e dalla cucina, altrimenti, zac!, mi afferrava per un braccio, mi asciugava il viso e me lo metteva sotto il rubinetto strofinandomelo con una mano, che non era tanto morbida, poi mi spolverava pantaloncini e camicia per finire col pulirmi le gambe con un asciugamano bagnato facendomi gridare spesso dal dolore per le ginocchia quasi sempre sbucciate.
    Quei colpetti le fecero girare il capo verso la porta. Lasciò in pace il mio viso. Aprì la porta. Apparve la figura ben conosciuta di Rusidda Ciuriddu: due occhi grandi e liquidi contornati da una fitta ragnatela di rughe, la stretta fronte rugosa sormontata da una selva disordinata di capelli grigi, il naso piccolo, la bocca vizza e sdentata, un cappellino di stoffa a fiori simile a quelli dei bambini di pochi mesi, una vestina lunga fino ai piedi, spiegazzata e disegnata anch’essa a fiori, ultimo strato di un infagottamento formato da sottane e altre vecchie vesti; dal braccio sinistro le pendeva un cestello di paglia rotto in più punti. Continua »

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  • Giornalisti, uffici stampa e questioni irrisolte

    Per più giorni ha tenuto banco nelle cronache siciliane il caso dei ventuno giornalisti dell’ufficio stampa del governatore che accettano supinamente di cassare le critiche negative dalla loro rassegna stampa quotidiana. Giornali di carta e online, blog e network hanno sceverato molti aspetti e conseguenze di quanto è accaduto. Mi faccio una domanda: è compatibile la posizione di questi signori con la carta dei doveri dei giornalisti? Far parte di un ufficio stampa significa eseguire gli ordini del proprio datore di lavoro. La cosa risalta ancor di più se questi è un esponente politico che detiene il massimo di potere nell’ambito territoriale di competenza. Dove è andata a finire l’immagine del giornalista sotto forma di cane che morde il potere? Nel calderone delle cose che non vanno metterei anche i casi di certi giornalisti adusi programmaticamente a travisare o a ignorare fatti e notizie, proni soltanto dinanzi al verbo della propria parte politica. Queste sono solo due delle questioni in campo. Continua »

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  • Un fatto ineluttabile

    Dieci chilometri di strada. Meno male, durante il tragitto la mia Mercedes mi concede un po’ di tregua dal solleone. Parcheggio vicinissimo alla Posta. Strano, non trovo mai posto, oggi è tutto libero; mi viene un sospetto: ci sarà divieto di sosta?, ma è sempre ingombro! Tiro dritto, sono le 12:25, tra cinque minuti lo sportello chiude. La porta è aperta, il condizionatore dell’aria è rotto da mesi. Però la cosa è confortante: non c’è nessuno, niente ressa, niente muraglia di gente in attesa per ore; un solo sportello per novemila abitanti. I miei paesani sono degli eroi; degni di una medaglia al valor civile. Nessuno s’è mai ribellato. Tranquilli tranquilli aspettano il loro turno senza un segno d’insofferenza; chiacchierano tra di loro tra torrenti di sudore: per me quel chiacchiericcio sarebbe una miniera di notizie se non fosse per il mio bassissimo grado di sopportazione.
    Oggi è sabato, chissà, la gente si preparerà per la festa della domenica? Non so, sono troppi gli anni passati lontano dal mio paese, non ricordo più le abitudini. Continua »

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  • Nina

    Un capriccio di mio padre. La comprò in Calabria, insieme al calesse e ai finimenti. Me la ritrovai in stalla, tranquilla, mangiava paglia della mangiatoia. Era leggermente più piccola rispetto alla stazza di un normale cavallo, grigia, robusta, occhi vivi, una coda fino a terra, una folta criniera. Si girò a guardarmi. Avevo il cuore in gola. Mi ricordò Ciccio, il mulo bianco morto di vecchiaia sei anni prima, sepolto sotto un albero d’olivo al Brauni. Quello era lento sotto il peso dei suoi logori vent’anni. Questa giumenta invece era vivace: i suoi movimenti decisi, i colpi di coda sui fianchi e la schiena, a fugare qualche mosca, energici. Mi avvicinai, per toccarla, si mosse, facendomi capire di stare lontano. Mio padre mi aveva detto, stai attento, non ti conosce, può inquietarsi. Però era così bella, volevo carezzarla e abbracciarla al collo, ma mi fermai.
    Lei mi guardava con la coda dell’occhio continuando a mangiare. I finimenti di cuoio erano appesi ad un grosso gancio al muro, la testiera, il sellino, i tiranti laterali con pettorina e codiera, il sottopancia, le redini e una lunga frusta con un bel manico morbido. Continua »

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  • “Tempo niente”, la breve vita felice di Luca Crescente

    Tempo niente. La breve vita felice di Luca Crescente di Roberto Alajmo, Laterza, è un libro prezioso su un uomo e un magistrato esemplare. Ci fa pensare che uomini come Luca fanno bene alla nostra vita. Un libro (a parte i pregi letterari) di notevole valore civile, un servizio a questo scalcinato paese, specie per i giovani che si affacciano alla maturità degli studi o alla scelta del proprio lavoro futuro.
    Scrivere una biografia non romanzata per un narratore, abituato alla libertà dell’immaginazione, deve essere un’esperienza sui generis. Il biografo è legato alla documentazione, le testimonianze, il racconto di altri, gli indizi. Non può andare oltre, pena l’incredibilità. Per la verità qui non si tratta di una biografia, per così dire, canonica, piuttosto, di un ritratto nitido di una persona che in modo naturale ha mescolato la normalità del quotidiano, famiglia amici, alla serietà e al coraggio del magistrato antimafia (è stato membro della DDA di Palermo), esposto a pericoli mortali. Continua »

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  • Studentessa impegnata e insegnanti severi

    Ha destato una certa eco a Palermo il sei in condotta comminato ad una studentessa quindicenne dagli insegnanti del suo istituto per l’attivismo svolto in occasione della recente protesta scolastica. Lo scrittore e giornalista Roberto Alajmo ne ha fatto oggetto su La Repubblica di un lucido intervento.
    Da parte mia una breve riflessione. Forse il sei in condotta non pregiudicherà l’esito dell’anno scolastico della ragazza; comunque costituisce un serio avvertimento per uno studente, o studentessa, che sente molto l’impegno e partecipa attivamente alle azioni della protesta scolastica.
    Credo che gli insegnanti non abbiano valutato appieno l’opportunità e i possibili effetti di un simile provvedimento (peraltro in odore di discriminazione) sulla psicologia dell’allieva, sì in possesso di una certa personalità, ma fragile per la sua età.
    Il concetto di educazione da inculcare e da applicare nelle scuole ha molte sfaccettature; purtroppo l’ordinamento scolastico attuale non incoraggia e non guida gli insegnanti nel loro rapporto educativo con gli allievi. Fior di studiosi, Umberto Galimberti tra questi, addirittura negano l’esistenza stessa (non per colpa deli insegnanti) di questo rapporto nella scuola: dicono che essa istruisce ma non educa. Il voto in condotta teoricamente può essere uno dei mezzi educativi in mano agli insegnanti, ma se a monte c’è il vuoto di formazione di una coscienza umana e civile dell’allievo e non è erogato con grande oculatezza rischia di trasformarsi piuttosto in una punizione sterilmente dannosa.

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  • Palermo calcio, un rilancio possibile

    Sul Palermo io non sarei pessimista. Certo, la botta del 7-0 con l’Udinese è stata forte. Diverse le cause. Una potrebbe essere il deterioramento del rapporto Maurizio Zamparini-Delio Rossi; tutti sappiamo quanto sia importante lasciar lavorare l’allenatore; un presidente interventista spesso porta a frizioni che sarebbe bene tenere lontane da quell’organismo ipersensibile che è una quadra di calcio. Un altro elemento di fragilità credo sia la giovane età della squadra. Rossi ha avuto il grande merito di portare questi giovani talenti verso il punto più alto delle loro potenzialità tecniche ed agonistiche; ma la maturità è un qualcosa che si conquista sul campo, giorno dopo giorno e non ammette balzi improvvisi. Il crollo psicologico in soggetti non corazzati da grossa esperienza può trovarsi dietro l’angolo. Però i giovani fanno presto a recuperare.
    Zamparini, a mio avviso, licenziando Rossi ha commesso un errore: non ha tenuto conto della proficua intesa esistente tra allenatore e squadra; intesa che sarebbe stata preziosa per il riscatto psicologico e per la riconquista della mentalità vincente da parte dei giocatori, per il momento abbacchiati ma in possesso di risorse integre. Continua »

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  • Una tranquilla passeggiata

    Termini Imerese, giorno di mercato. In prossimità della stazione ad un quadrivio senza semaforo, oltre che senza rotonda, un ingorgo d’auto inestricabile. Finalmente cessa il concerto di clacson e le macchine cominciano a sfilare; si fa un po’ di vuoto sulla strada, un cane anzianotto e grassoccio, con una rotonda pancetta, marroncino, scende dal marciapiede e con calma, senza degnare di uno sguardo il mondo circostante, attraversa la carreggiata. Io rallento, quasi mi fermo, lo guardo con simpatia; mentre la gente gira freneticamente in cerca di chissà cosa, lui si gode la sua passeggiata, forse fidando troppo sulla condiscendenza della gente. Ho pensato al mio Thomas, bastardo di pastore maremmano di media taglia, condannato a stare in casa e in giardino, perennemente. Qualche giorno prima della partenza per la Sicilia però ha fatto il furbo: approfittando di un attimo di distrazione, nell’aprire il cancello s’è infilato nella fessura come una furia. Per carità, c’è da giustificarlo, è giovane, i sensi bollenti, la ricerca di una femmina impellente. Non credo che sulle strade si sia comportato con la pacifica lentezza del suo collega di Termini, l’odorato l’avrà spinto a cento all’ora, non avrà avuto tempo per tranquille passeggiate. Disappunto, apprensione e fastidio: per la mia disattenzione, per la paura di ritrovarlo morto sotto un’auto, per la stizza di dover pagare la contravvenzione che non è meno di 80 euro. Continua »

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  • Il maestro Gattuccio

    La scuola consisteva in un’aula ricavata da uno stanzone a pianterreno di una casa in corso La Masa nei pressi di piazza Lanza, chiamata Favara, ai piedi della parete a picco della montagna, dove c’erano l’abbeveratoio, il fabbricato dell’acquedotto, il monumento ai caduti e il palco sopraelevato. Due giganteschi platani e quattro alte palme riempivano l’ambiente di verde e di vita.
    La mattina, in attesa dell’apertura della scuola, ci radunavamo sul palco per giocare a campo e sfida. Al segnale d’entrata del compagno che stava di vedetta agguantavamo le nostre borse e via di corsa a scuola, sudati e trafelati. Il maestro Gattuccio non scherzava, al suo arrivo bisognava essere tutti seduti e in silenzio. Usciva da casa alle otto e trenta. La scuola era a dieci passi. A volte lo inseguiva la cameriera, Ciccina, bassina e cicciottella, dalla capigliatura folta, che cercava di dargli le pillole: «Aspetti, professore…le medicine…». Lui tirava diritto, scocciato. Non sempre le riusciva di consegnargliele, allora entrava in aula poco prima del maestro, posava il flaconcino sulla cattedra e filava via accompagnata da una salva di ciccì-cicciò ciccì-cicciò. Un attimo dopo entrava il maestro e scattavamo tutti in piedi. Le sue prime parole erano: «Seduti e silenzio!». Continua »

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