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giovedì 26 mar

Archivio per la categoria 'Ospiti'

  • Il fermo immagine di Enzo Sellerio

    “Fermo immagine” ma attraverso questo frammento il tempo si dilata, il passato giunge fino a noi, consapevole di giungere autentico.
    “Fermo Immagine” è il titolo della mostra di fotografie di Enzo Sellerio, promossa dalla Fondazione Banco di Sicilia in collaborazione con “Fratelli Alinari”, Fondazione per la Storia della Fotografia, allestita a Palazzo Branciforte (in via Bara all’Olivella) fino al 14 luglio. Tra le voci dei fotografi italiani della seconda metà del Novecento che con la personale esperienza, ci hanno dato un’identificazione precisa del paesaggio e della dimensione sociale della propria terra, quella di Enzo Sellerio è sicuramente una delle più autorevoli. “Fotografo di situazioni”, lo definisce in catalogo Carlo Bertelli. Le situazioni peculiari della nostra terra, i personaggi, i luoghi, le espressioni. Sono naturali, eppure da questa spontaneità emerge una ricchezza, quella delle origini. Emozioni, suggestioni, memorie, echi di voci e suoni antichi ma che permangono immortalati in uno scatto. Oltre 50 anni di istantanee in bianco e nero ritraenti la Sicilia e le sue storie rendono questa mostra storicamente significativa. Da Sciascia, Piccolo, Dolci, Buttitta, Levi, Miller, Vittorini, Manzù alla gente comune di Partinico, Tappeto, Palermo. Le immagini di Enzo Sellerio, fissate nella memoria di una terra densa di storia e di figure, rappresentano momenti del lavoro, della tradizione e della quotidianità in un racconto visivo che incatena ciascuna immagine all’altra.

    La mostra sarà aperta al pubblico dal 2 giugno al 14 luglio, dal lunedì al sabato, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 20:00 (domenica chiuso). Ingresso 4 euro. Per informazioni tel. 091-6085972 e www.fondazionebancodisicilia.it. Continua »

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  • Tromba in classe

    Ci sono cose, botta di sale, che quando succedono, anche se a te non ti cambia niente, pensi: “Sì però ‘unn’è cchiù come prima!”.
    Se uno, quando avvicina le labbra alla tromba, ti fa una nota più alta del Do, compa’, c’è picca ‘i fare, hai davanti un musicista, destinato ad entrare nella leggenda.
    Perché se uno suona così, se uno se ne fotte altamente dei limiti della sua tromba in Sib, allora non si crea problemi a sfiorare la perfezione.
    È uno abituato a tastarla la perfezione, ad infilarci le dita dentro.
    Hai davanti ai tuoi occhi uno che, quando serve, è disposto a perdere l’equilibrio per ritrovarselo da solo.
    E del resto una specie di leggenda sul Professore Miglia girava già per i locali a Palermo.
    C’era chi era pronto a giurare che, da quando aveva appoggiato le labbra al bocchino della sua Blackburn, mai una volta aveva aperto la valvola per fare uscire la condensa dalla tromba.

    “Perché cuci’ tu lo devi capire a quel ragazzo.
    Lui, quando suona, dentro alla tromba ci sputa pure l’anima.
    Anzi alla sua tromba lui l’anima ce la regala proprio!
    E, se puta caso, aprendo la chiave dell’acqua, se ne esce pure un po’ d’anima, non è peccato?”.
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  • Palermo in bicicletta

    Chiara in triciclo

    Uno dei miei primi ricordi d’infanzia, e che Nonnapina non manca mai di raccontare a me e ai miei amici, riguarda la mia caparbietà nel voler imparare ad andare in bicicletta. Era la fine degli anni ’70, avevo circa 3 anni e un giorno d’estate decisi che era giunto il momento di abbandonare le rotelle laterali. Questo però significava acquistare una nuova bicicletta.
    L’avevo vista in un negozio e decisi che doveva essere mia. Avevo tormentato un’intera mattina Nonnapina che alla fine aveva ceduto (avevo utilizzato tutte le armi persuasive a disposizione di una bambina di 3 anni dai graaandi occhioni neri!).
    Appena acquistata ovviamente non sapevo andare senza le rotelle, ma decisi subito che entro la serata (cioè entro il ritorno a casa dei miei genitori), ce l’avrei fatta! E così mi misi sul marciapiede davanti casa dei nonni, in via Piersanti Mattarella a fare avanti e indietro. Caddi una quantità infinita di volte, ma non demordevo. Nonnapina che mi diceva “Chiaru’ trasi, basta, ‘ca si tutta sminnata!” ed io che continuavo a fare su e giù. Alla fine della giornata ero sporca, con le caviglie e le ginocchia sbucciate, i vestiti luridi, ma avevo raggiunto il mio obiettivo e all’arrivo dei miei genitori, mostrai il risultato di quella giornata di fatiche ed escoriazioni: avevo imparato ad andare in bicicletta.
    Non mi sono ancora fermata. Continua »

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  • Caro disabile

    Caro disabile, ti scrivo… Era l’incipit di una lettera che qualcuno mi ha mostrato. Forse, invece, cominciava così: “Caro portatore di handicap.”. Sicuramente terminava con una firma svolazzante e la richiesta di un voto. Ho rigirato la missiva tra le mani. Nel frattempo quello che ho dentro – cuore, anima, frattaglie, ricordi, parole – avvampava. Capisco che è necessario essere sintetici: la formula “disabile” o quella più lunghetta “portatore di handicap” hanno il pregio della assoluta chiarezza, accompagnato da una discreta brevità, funzionale soprattutto ai tempi convulsi della politica, sotto votazioni. Eppure, certe parole creano il ghetto prima ancora di costruire le sbarre che pietosamente lo conterranno. La gabbia della delicatezza forse taroccata, con la sua asetticità, può diventare un confine invalicabile. Esisti in quanto degno di compassione, di solidale attenzione. Non sei tu, è la tua carrozzina a vibrare nel buio come un faro intermittente. È lei a indicare al venditore professionista di diritti chiamati a torto sogni il profilo del compratore da accattivare nell’urna, con un’offerta calibrata sulle sue esigenze. Avrei – invece – desiderato qualcosa di tremendamente scorretto. Più sterco. Più (malvagia e sincera) umanità. Sarò sbagliato io. Ma preferisco la puzza di una fogna all’assenza di odori. Privilegio il cazzotto in bocca rispetto alla latitanza del contatto. Continua »

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  • Vucciria e l’orgoglio di una identità

    Eugenio Bennato, in una recente intervista su Rai 2 diceva più o meno queste parole: “in un mondo sempre più globalizzato, potere dare il proprio contributo vuol dire avere qualcosa da dire, di noi, del nostro modo di essere, dei nostri luoghi, ed avere un modo in cui dirlo”.

    La nostra identità è effettivamente la base attorno alla quale costruire dialoghi ed incontro con altri individui di culture diverse dalla nostra, con i quali incontrarsi e scambiare qualcosa (se vogliamo uno strumento inderogabile per perseguire il sogno goffamente inseguito dai nostri amministratori di una Sicilia centro nevralgico del mediterraneo).
    Recuperare e comprendere la nostra identità ci da quindi un materiale, qualcosa da scambiare, ci rende soggetti attivi nel dialogo e non semplici spettatori di un monologo altrui.

    Personalmente interpreto in questa chiave il grande successo di questa edizione di Vucciria (il festival dedicato alla lingua siciliana concluso il mese scorso). Un successo di critica e pubblico ben oltre le più rosee aspettative; al solito con fondi molto contenuti abbiamo avuto l’adesione degli artisti, quasi tutti venuti a rimborso spese, e del pubblico, accorso numeroso nelle 14 serate con una stima finale di oltre 6000 presenze. Continua »

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  • Il principato di Ballarò

    Il principato di Ballarò è uno stato indipendente che si trova nel cuore dell’antica Palermo, sulla strada che collega corso Tukory a Casa Professa. Se qualcuno dovesse attraversarlo per la prima volta avrebbe l’impressione di trovarsi in un porto franco ed in una zona della città senza le regole dello stato Italiano, dove l’anarchia regna. In realtà non è così. Il mercato ha delle regole che si sono sviluppate nei secoli, parallelamente a quelle delle varie dominazioni che si sono susseguite. Questo è un mercato dove si commercia ogni tipo di genere alimentare, ma non solo, vi sono anche gioiellerie, negozi, pasticcerie, taverne. Una cosa che si nota subito è che ancor oggi quasi tutti i commercianti non emettono lo scontrino fiscale. Da questo già si percepisce che si è in un luogo dove nessuno paga le tasse o quantomeno le evade. Basta un metro quadrato di spazio o meno per aprire un esercizio commerciale ad esempio di frutta e verdura, naturalmente la licenza non viene rilasciata dalla camera di commercio, ma dai commercianti vicini con il benestare dello zio di turno. Questo tipo di esercizio volante, spesso formatto da cassette di legno sulle quali viene riposto un piano di vendita formato da una tavola, può essere posizionato ovunque, anche al centro di una strada, l’importante è che si lasci uno spazio di almeno 40 centimetri tutto intorno, quello necessario a far passare una persona con sacchetti di plastica pieni di spesa. Continua »

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  • NYC… 20 aprile – 1 maggio 2007

    Barbara e le bandiere

    Altissimi grattacieli, bandiere degli States che sventolano ovunque(ma glielo diciamo una volta e per tutte che l’amo capito che ci troviamo in America? Mica in Italia stendiamo al posto dei panni il Tricolore!), taxi gialli che superano il numero delle automobili presenti per le vie, schieramenti di immensi fast-food, colossi della McDonald’s e Dunkin’ Donuts che si impongono con la loro immagine mastodontica e colorata insieme alla pubblicità della Reebok e Nike, Starbucks, H&M, i mega mall aperti tueniforauarsadei (ventiquattro ore al giorno…mi dovesse venire in mente alle 4 di notte di voler comprare un ventilatore, un ombrello, un orologio..). I quartieri dei Robinsons, di Arnold, la Harlem dei Neri dove si ascolta la musica afro-rasta-rap a palla in macchine scassate con gli sportelli aperti e i finestrini abbassati, Chinatown e Little Italy dove trovo persino il Caffè Palermo, i poliziotti (cops) con gli occhiali da sole a gocce, pistola, manganello e distintivo appiccicato sulla camicia celeste abbottonata ma che sta per esplodere, gomma da masticare in bocca e una panza che ha appena ingurgitato uno dei tanti (salutari) hAt-dog (la o è stata dimenticata dalla fonetica). Continua »

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  • La piazza e il palazzo

    Si è chiusa la stagione elettorale e inizia un nuovo periodo di amministrazione della città. La volontà popolare ha conferito mandato alla coalizione di centrodestra mentre il centrosinistra manterrà il ruolo dell’opposizione. Il gioco democratico e l’efficienza delle istituzioni si misurano proprio attraverso la dialettica fra maggioranza e opposizione. Una dialettica che non è retorica contrapposizione basata su slogan e fumose parole, ma una costante e proficua azione di verifica e controllo che l’opposizione è chiamata a svolgere. In assenza di questo si rischia di cadere nel consociativismo.

    Sono tutti uguali: questa è un’affermazione ricorrente nelle conversazioni con i cittadini. Su questa sensazione diffusa ci permettiamo di richiamare l’attenzione di un’opposizione che non è stata capace di conquistare fiducia, trasmettere un’identità e un programma realmente alternativo. “Sono tutti uguali” è un messaggio rassegnato di un elettore che non trova alternative a certe prassi di governo. È sfogo di chi non vede soggetti che sappiano rappresentare una sincera capacità di svolta. Ma soprattutto è rischio di adesione alla prassi del voto ad personam che confonde diritto e cortesia, bene comune e bene individuale. Continua »

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  • Isole pedonali…oasi della memoria

    Ho letto con piacere delle nuove isole pedonali e confesso che mi è sobbalzato il cuore per un attimo leggendo “in vicolo della Guardiola…nei pressi di piazza San Domenico”….ho sperato che la piazza tutta fosse stata graziata e chiusa al traffico veicolare…
    Ogni volta che attraverso questa piazza settecentesca, assediata dal traffico, con la sua Chiesa monumentale, la colonnina dell’Immacolata, l’ex convento divenuto Museo del Risorgimento, i palazzi restaurati, via Maccherronai che introduce al mercato della Vucciria, con l’antica gelateria all’angolo e di fronte il venditore di vecchi piatti in porcellana, i vicoli recuperati, la discesa dei gioiellieri la vedo, con il mio sguardo romantico, liberata dalle auto di passaggio, dai furgoni, dalle bancarelle abusive, dai bus e le auto posteggiate in doppia e tripla fila attorno alla colonnina e ancora dai cartelli pubblicitari, dai pali arrugginiti di vecchie insegne che non ci sono più, dalle magliette delle squadre di calcio sventolanti e dal caos generale di tutto questo insieme…la vedo come certe piazze romane, cordonate, tranquille, pulite con qualche fioraio e qualche bar con i tavolini sotto gli ombrelloni e null’altro che persone…turisti…cittadini devoti o acquirenti, di passaggio o in cerca di un momento di riposo o ristoro in un bar o in un ristorante lì vicino, o interessato ai monumenti che raccontano la nostra città…che raccontano di noi e del nostro passato non da poco… Continua »

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  • L’uomo senza tre dita

    Il primo è stato Vito. La prima faccia. La prima mano che ho stretto. Ero reduce da un’esperienza tremenda. Un corpo a corpo con la scheda elettorale grigia nella cabina. Sembrava facile. Semplice votare il sindaco. Un po’ meno semplice rintracciare il simbolo prescelto, smarrito nella giungla cartacea. Me la sono cavata con un paio di telefonate a “Chi l’ha visto”. Poi ho tentato di ripiegare la maledetta e sono riaffiorati gli immancabili incubi che mi colgono ogni volta che una forma geometrica complessa mi rammenta la faccia ghignante della prof di matematica al Liceo. Insomma, ho appallottolato lo schedone come potevo e mi sono presentato all’impeccabile addetto all’inserimento nell’urna. Il quale ha fatto una faccia schifatissima. Ha riaperto il lenzuolone, sbirciando tranquillamente. Infine, con un colpo di sublime naturalezza, ha rimesso le pieghe della carta al posto giusto, prima di procedere al tuffo nel gorgo elettorale che ha mandato la mia umile scheda tra le braccia delle sue consorelle. Continua »

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  • Ssssst

    Ssssst. Le ultime parole sono ali di falena infrante contro lo sfrigolio del silenzio. La campagna elettorale è finita. Riemergo da un mare di slogan. L’effetto violento è quello della boccata d’aria. Inspirare a pieni polmoni. Mettere su un cd di Battiato (prima, nel caos, non si sarebbe sentito). Prendere gli occhi che avevo lasciato sul comodino. Aprire la porta di casa. Uscire.
    E’ stato un mese affollato di ottici che hanno battuto i palazzi, pianerottolo per pianerottolo, con la loro mercanzia. Vendevano occhiali coloratissimi che mostrano tutto bello. Regalavano occhialini fumè che avvolgono le pupille in una cappa d’ombra. La marca vantata era la stessa per ognuno. Occhiali della fabbrica della verità. Le frasi che li reclamizzavano rivendicavano l’esclusiva.
    Non so voi. Io mi sento un po’ sbattuto nel frullatore delle tonalità cromatiche altrui. Questo silenzio improvviso – questa ghigliottina che taglia le teste e la favella dei candidati – mi riempie la testa di pulsazioni, perfino dolorose. Non ci sono più abituato. Sono uscito stamattina, avvitando il mio vero sguardo al posto giusto, senza un’oncia di collirio. Ho lasciato Franco Battiato a cantare da solo. E ho visto. Continua »

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  • Tipi alimentari a Palermo

    Sul fatto che al palermitano piaccia mangiare credo non ci siano dubbi.
    Ma questa affermazione non è sufficiente a definire l'”animale” palermitano sotto il profilo alimentare.
    Esistono tipi alimentari variegati e qui proverò a descriverne alcuni.

    Onnivori: gli onnivori sono davvero animali rari, ma se ne conosci qualcuno, un vero onnivoro, allora sarà un piacere invitarlo a cena perché non avrai problemi di alcun tipo e potrai sbizzarrirti nelle ricette più strane e improvvisate e lui gradirà sempre e comunque. Ma attenzione, a Palermo trovare un autentico onnivoro è cosa assai difficile, perché c’è chi si definisce tale e poi viene fuori che “io mangio tutto, tranne i legumi”, oppure, “io mangio tutto, tranne la pasta”, o “io mangio tutto, ma le uova no”.

    Carnivori: il carnivoro, proprio come il vegetariano, ha una sua stretta etica. Ovvero se in una pietanza non c’è traccia di carne non riesce a mangiarlo. Inconcepibile la pasta col forno senza ragù, la parmigiana di melanzane senza la fetta di prosciutto, il tramezzino senza salmone, l’aperitivo senza salamino.
    Per il carnivoro “la pizza non è pizza senza sasizza”. Continua »

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  • L’Eletto

    “Mariuzzo, la vita non si sbuccia come le banane. Certo vorremmo tutti che fosse così, ma la vita è una cipolla. Tu sfogli il primo strato e le mani si sporcano di un viola fastidioso. Spogli il secondo strato e incominci a lacrimare. Mentre spogli il terzo strato senti il profumo calabrese e sogni una tavola apparecchiata di sapori piccanti, ma il quarto strato ti fa ancora lacrimare, e, quando sei arrivato al quinto, beh al quinto sai che già è finita, che non c’è un altro strato…puoi solo sperare che il soffritto venga buono e non si bruci.”.
    Il Dottore Pippo Pericotti cercava in qualche modo di spiegare al suo segretario qualcosa. Qualcosa che leggeva sul fondo di quella Guinness calda, qualcosa che non gli era chiaro, qualcosa che, in quel momento, aveva deciso che il suo segretario si chiamava Mariuzzo, invece che Fabrizio, qualcosa che di sicuro non lo avrebbe fatto dormire e, da come andava la serata, probabilmente non avrebbe fatto dormire neanche Fabrizio.
    “Pippo, ma quale Mariuzzo? Fabrizio sono! Amunì finiscila cu stà birra, che siamo alla fine e oramai il grosso è fatto!”.
    “Fabrizio, te la posso dire una cosa? Come un fratello?”.
    “Amunì”.
    “La verità, botta di sale, è che sugnu stanco!
    Da due mesi tampasìo giorno e notte in giro per fare che?
    Accucchiare voti! Voti! Voti! Perché?
    Perché è peccato che il figlio dell’Onorevole Pericotti, che sparte è pure medico, non segue le orme paterne! E allora che si fa? Candidiamolo! Botta di sale a quando vi è venuto in mente a tutti quanti!”. Continua »

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  • Il 9 maggio di Peppino

    Come tutti gli italiani ben sanno il 9 maggio del 1978 a Roma in via Caetani, nel cofano di una Renault 4, fu trovato morto Aldo Moro. Ma molte meno persone ricordano che la stessa notte che si consumava il tragico epilogo del rapimento Moro un altro barbaro assassinio veniva messo in atto da una organizzazione temibile quanto le Brigate Rosse, la mafia. Sui binari della Palermo-Trapani il 9 maggio fu trovato il corpo di Peppino Impastato straziato da una carica di tritolo. Peppino impegnò tutta la sua vita a combattere un male che era insito nel suo stesso sangue, nella sua stessa famiglia, il “tumore” che lo uccise, il “tumore della Sicilia”. Lo zio, Tano Badalamenti, era il boss di Cinisi. Ricorderete tutti la mitica scena del film di Tullio Giordana “I cento passi”, in cui Peppino, di notte, porta suo fratello sotto il balcone dello zio mafioso contando i passi che li separano dalla loro casa.
    Questo post vuole essere un modo per ricordare Peppino non solo come “eroe” che combatté contro la mafia, ma anche come semplice uomo per sottolineare che ognuno di noi con semplicità e con le proprie debolezze può combattere contro le ingiustizie e il malaffare. Per questo, invece di dilungarmi in inutili analisi dei fatti accaduti ed in elogi che, giustamente, si sprecheranno per l’occasione, ho deciso di riportare alcune delle poesie che scrisse Peppino. Continua »

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  • Il gioco dell’oca: nel traffico a Palermo

    Àrmati di dadi e pazienza e comincia il divertentissimo gioco dell’oca palermitano.
    Parti da Piazza Magione, con la tua lancia Ipsilon d’annata. Tira i dadi e gira a sinistra, verso lo Spasimo. Strada sterrata, perdi dieci minuti per fare trecento metri, ma guadagni gli ammortizzatori. Strettoia a doppio senso e macchine posteggiate ambo i lati, fermati un turno. Sono passate tutte, ma il signore delle pompe funebri sta parlando con il compare, attendi senza suonare. Perdi la pazienza e suoni, guadagni un vaffanculo e passi.
    Un gruppo di bambini sta giocando a pallone davanti la chiesa dei crociferi, perdi 30 secondi. Ti arriva una pallonata nel cofano, guadagni un’ammaccatura e le risate dei bambini. Cosa non si fa per fare sorridere un bimbo, ti dici. E vai avanti fino a piazza Kalsa. Tra l’impalcatura per i lavori della chiesa, messa lì nel 99 e le auto in doppia fila perdi quattro minuti. Giungi al semaforo del foro italico, perdi 20 centesimi da dare al mendicante finto zoppo che ti guarda male perché gli sembrano pochi. Gliene dai altri 20 e ottieni un minimo di rispetto. Ma solo un minimo. Continua »

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  • Tra i settanta e gli ottanta a Palermo

    La proposta di Veltroni di fare a Roma un muro dei ricordi di tutte le vittime del terrorismo ideologico negli anni settanta e ottanta mi trova pienamente d’accordo.
    Ho vissuto a Palermo quegli anni e con me alcuni di quelli che ho letto in questo blog, sia di destra che di sinistra.
    Erano anni, mi riferisco in particolare dal 1972 al 1980, dove chi girava con eskimo e maglioni lunghi, barba incolta e capelli lunghi, era classificato di sinistra, chi vestiva un certo jeans di firma o aveva un certo tipo di motorino, era di destra.
    Passare davanti al cinema Fiamma “vestiti” di sinistra voleva dire rischiare una sonora pestata a prescindere, attaccare un manifesto di destra all’Umberto o al “Terzo” scientifico, era rischiosissimo per il motivo ideologico inverso.
    Esistevano nutriti gruppi ideologicamente contrapposti che nutriti da cattivi maestri andavano spesso in giro per i licei e in parte per le università a seminare violenza, cercare occasioni anche futili per aggaddarsi, mentre esistevano folti gruppi di cattolici e aderenti alle organizzazioni giovanili di sinistra che si impegnavano, spesso in modo serio e convinto, a portare avanti politiche di dialogo costruttive. Continua »

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  • I cassonetti sempre aperti

    Da qualche tempo la mattina quando mi reco in ufficio il paesaggio urbano è cambiato. Le solite strade, i soliti palazzi, il solito traffico, ma qualcosa mi è arrivato in faccia inconsapevolmente: i nuovi cassonetti, che dopo anni l’amministrazione comunale di Palermo ha posizionato per strada, risultano sempre aperti. Mi spiego meglio: le aperture dei cassonetti, di tutti i cassonetti, risultano bloccate con dei pezzi di legno o di bottiglie o di qualsiasi oggetto adatto allo scopo.
    La cosa mi ha lasciato perplesso. Mi sono detto: forse qualcuno ha pensato di tenerli aperti per aumentarne la capacità? O forse questa è una nuova forma d’arte? O forse qualche mio vicino di quartiere ha pensato bene che tenendo i cassonetti aperti si poteva buttare più facilmente la spazzatura lanciando il sacchetto dal finestrino della macchina in corsa, senza scendere dalla macchina, naturalmente con un bel risparmio di tempo? E poi, sicuramente, non ci sarebbe stato nessun contatto con quella cosa schifosa e sudicia che si chiama cassonetto. Molti pensieri mi affollarono la mente. Continua »

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  • Essere vegetariani a Palermo

    Quando ero bambina mia nonna mi chiamava Betta ‘a cuntrariusa, ovvero colei che ama contraddire tutto e tutti.
    Io mi arrabbiavo perché le mie scelte del tempo, i miei desideri, erano interpretati come una contraddizione.
    Oggi come ieri vengo considerata, almeno da Nonnapina, l’anticonformista per antonomasia.
    Certo che a Nonnapina deve sembrare proprio strano che oggi, con il benessere, con la disponibilità economica e con le carni vendute già bell’e pronte, io, la sua nipotina, abbracci la scelta vegetariana.
    Non vi dico le tragedie esplose in casa!
    Anzi ve le dico: visto che non avrei mangiato più la carne sarei morta di deperimento organico, nel giro di poche settimane; sarei stata senza forze, sarei dimagrita precipitosamente, sarei diventata anemica, insomma una vera catastrofe!
    Nonnapina mi chiedeva: perchè?
    E io: nonna sai, non mi va di mangiare gli animali, non mi va che muoiano perchè io devo nutrirmi, posso farne a meno…
    E lei: ma scusa, quando li compri e li cucini, sono già morti!
    Dopo oltre sette anni, direi che ho rinunciato a spiegare le leggi della domanda e dell’offerta del mercato.
    Lei, dal canto suo, non si è MAI arresa: ci prova con il pollo (che, attenzione, mica si tratta di carne!), poi con i salumi, infine con il pesce…ma come mancu ‘i pisci? ‘u pisci mancu parra! Continua »

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  • Aperta la raccolta firme per il referendum elettorale

    È partita ieri a piazza Politeama una raccolta di firme per iniziativa del Comitato promotore del referendum elettorale che si propone di rimuovere gli ostacoli legislativi che impediscono in Italia la nascita di un maturo sistema bipartitico. Da 13 anni si aspetta infatti dal Parlamento una legge organica, coerente con la volontà espressa dagli italiani nel precedente referendum del 1994! Poiché la risposta dell’attuale Governo alla disponibilità del Comitato a confrontarsi sulla bozza “Chiti” di riforma elettorale è consistita nella sola richiesta di un rinvio della raccolta firme, il referendum è divenuto oggi l’unica via per ottenere ciò che questo Parlamento, composto da 22 partiti e partitini, non ha certo interesse a dare. Continua »

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